BLACK SWAN (2010) | Il confine sottile tra disciplina e perdita di se stessi
- Sonia Spera

- 21 gen
- Tempo di lettura: 2 min
Intro
Nel fitness, non esiste qualcosa di più controproduttivo che allenarsi senza recupero, senza ascoltare il proprio corpo, confondendo disciplina con punizione, soddisfazione con obbligatoria massima prestazione. Spingersi oltre i propri limiti è fondamentale per costruire forza mentale e fisica, ma l'essere umano non è una macchina: prestare attenzione verso come ci si sente è necessario per non innescare meccanismi attraverso cui la mente può prendere il controllo sul corpo e sulla realtà, creandone una versione distorta. La forza nasce dall’equilibrio, non dall’annientamento. Essere esigenti non equivale ad essere distruttivi verso se stessi.
Non perdersi nel costruirsi
Il cinema ha spesso mostrato cosa accade quando la disciplina fisica smette di essere uno strumento di crescita e diventa una forma di controllo totale: una figura come quella di Nina in Black Swan (2010) incarna perfettamente le conseguenze che si verificano nel momento in cui la prestazione e la perfezione prendono il dominio. Quando non si ha rispetto di ciò che comunica il proprio corpo, il risultato non è un potenziamento, ma una frattura sempre più profonda tra ciò che il corpo chiede e ciò che la mente impone. È qui che l'ambizione si trasforma in prigione mentale, in gabbia mascherata da determinazione.
In Black Swan la danza, che dovrebbe essere espressione e libertà, viene svuotata del suo reale significato e trasformata in una prova costante di adeguatezza; non esiste margine per l’errore perché quest'ultimo non è considerato come parte integrante del processo.
Attraverso il dolore, il sangue e le continue allucinazioni, il regista Aronofsky mostra quanto la cultura della disciplina che glorifica la sofferenza, possa essere pericolosa. Nina sembra non conoscersi davvero al di fuori della prestazione, il suo valore coincide esclusivamente con il risultato, con l’approvazione, con il suo voler essere perfetta a tutti i costi: il suo corpo sembra essere soltanto uno strumento, un mezzo, qualcosa da spingere perennemente oltre; eppure, la disciplina estrema non porta ad una maggiore padronanza di sé, ma a una progressiva perdita della propria identità.
La figura del Cigno Nero rappresenta questa rottura: non è soltanto l’altra faccia del talento, ma la conseguenza di una repressione prolungata.
La mente, se non educata all’ascolto, tende a estremizzare, portando a pensare che il valore personale coincida con la performance, che il controllo assoluto sia l’unica via possibile. Una disciplina sana non chiede di sacrificare il corpo, bensì mira alla costruzione di un’alleanza con esso, ponendo un focus sulla capacità di saper distinguere tra fatica produttiva e atteggiamento distruttivo, tra spingersi oltre per crescere e spingersi oltre senza rispettarsi.
Sonia Spera
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