DIE MY LOVE (2025) | Un dolore che non si impone
- Sonia Spera

- 10 gen
- Tempo di lettura: 3 min
Intro
Diretto da Lynne Ramsay, Die My Love (2025) creò alte aspettative sia per quanto riguarda l’eccellente cast composto da Jennifer Lawrence e Robert Pattinson sia per la delicatezza dell’argomento, la depressione post-partum; per molti spettatori, però, l’opera ha trasmesso un gran senso di incompletezza, risultato di interruzioni narrative e visive che non sempre sono state in grado di far provare tensione e inquietudine, anzi, hanno evidenziato l’assenza di un reale climax nella storia.
Le lacune dell’opera cinematografica
Il film è incentrato sull’adattamento dell’omonimo romanzo di Ariana Harwicz e segue la progressiva disintegrazione emotiva di Grace, interpretata da un’intensa Jennifer Lawrence. Il main character vive una profonda relazione d’amore con Jackson, personaggio affidato a Robert Pattinson: dal momento in cui i due diventano genitori, il loro rapporto complice e passionale inizia a vacillare.
Dal punto di vista interpretativo, il cast svolge un lavoro sublime, il vero problema riguarda la struttura narrativa: la storia sembra costantemente trattenuta, suggerendo come l’intenzione del film non riguardasse una realizzazione esplosiva del dolore. Per molti spettatori, viene a mancare una reale enfasi dello stato psicologico vissuto.
La struttura è discontinua e non lineare. Le scene alternano frammenti di quotidianità a momenti di crisi emotive, scelta stilistica che potrebbe anche esser considerata adatta, se non fosse per l’aggiunta di immagini simboliche che rappresentano una grande fonte di confusione visiva: le foreste incendiate mostrate hanno un intento chiaro, quello di fornire una spiegazione non verbale del dolore vissuto da Grace, ma avrebbero meritato una realizzazione migliore e ben contestualizzata. Difatti, la resa visiva degli istanti caricati di simbolismo finisce con il risultare poco incisiva, non disturbando davvero completamente l’occhio di chi guarda.
Il corpo, la natura, il fuoco e lo spazio domestico vengono caricati di sentimenti profondi, ma probabilmente sentiti soltanto dai personaggi della storia.
Talvolta, l’eccessivo controllo esercitato su sentimenti quali tensione e insofferenza può causare un mancato coinvolgimento emotivo; pertanto, bisogna saper riconoscere quando la sfera emotiva di un personaggio può essere trattenuta e quando, invece, dev’essere lasciata libera.
Il senso di incompiutezza viene intensificato dal montaggio: tagli improvvisi, scene che si chiudono prima di donare un sentimento pieno e completo finiscono con il far sentire lo spettatore distante da ciò che sta accadendo. E no, in questo caso non si può seguire la filosofia dell’immaginazione perché alcune tematiche non possono essere immaginate o suggerite, devono essere ben costruite e mostrate.
L’interpretazione dell’attrice protagonista rappresenta un elemento magistralmente eseguito, ma non basta quando il problema è alla radice: Jennifer Lawrence è puro talento, ma la sceneggiatura del film non le rende giustizia, lo script non è all’altezza delle sue competenze attoriali.
Alcuni potrebbero riflettere su come il dolore silenzioso sia il più forte ed impattante di tutti. Non in questo caso. Die My Love avrebbe dovuto urlare, ma il suo tono non si impone mai davvero. Ellissi narrative e soluzioni visive simboliche costituiscono un’opera che sicuramente conserva il tema, ma che perde - intenzionalmente o meno - l’impatto del quadro psicologico.
Die My Love è un film che parla di graduale distruzione interiore, di un’anima che lentamente perde vita, eppure una parte di pubblico afferma di non aver vissuto una reale esperienza sensoriale ed empatica. Per molti spettatori, l’opera si rivela ricca di problematiche narrative e visive. Jennifer Lawrence e Robert Pattinson restano il principale punto di forza del film, sostenendo molto bene lo spessore della tematica trattata. Nonostante ciò, però, il pubblico è consapevole di come un’ottima interpretazione non possa nascondere le problematiche strutturali di un’opera.
Sonia Spera
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