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IL DIAVOLO VESTE PRADA (2006) | Masterclass d’Ego

  • Immagine del redattore: Sonia Spera
    Sonia Spera
  • 14 set 2025
  • Tempo di lettura: 3 min

Aggiornamento: 21 set 2025

Intro

«Hai un disperato bisogno di Chanel», sì Nigel, sono d'accordo.

Stanley Tucci è uno degli iconici interpreti in Il Diavolo veste Prada (trailer), commedia del 2006 diretta da David Frankel, ispirata all'omonimo romanzo di Lauren Weisberger.

La storia narra di Andy Sachs (Anne Hathaway), aspirante giornalista che viene assunta per lavorare come assistente della temuta Miranda Priestly, direttrice della rivista Runway, interpretata dalla sublime Meryl Streep. Attraverso Emily (Emily Blunt), principale collaboratrice di Miranda, Andy prova a conoscere il mondo della moda, cambiando look e stile di vita. Nel corso della storia, però, la ragazza si rende conto di come il lavoro da lei svolto non coincida davvero con ciò che ha sempre desiderato: a pochi passi dal perdere se stessa, la protagonista acquisisce consapevolezza della realtà e decide di lasciare quel mondo - apparentemente - sognato da tutti.

Ma non da lei.


Saper delineare un’identità attraverso l'estetica

I costumi presenti nel film non sono semplici vestiti, sono armi narrative, veri e propri strumenti di caratterizzazione dei personaggi.

Patricia Field – costumista leggendaria per opere come Sex and the City – mira a strutturare un guardaroba che lavori come sceneggiatura parallela, raccontando la trasformazione di Andy sia dal punto di vista estetico che caratteriale.

All’inizio del film, gli outfit della protagonista risultano privi di carattere per il mondo circostante, ma sarà l'arrivo nella realtà redazionale di Runway a rappresentare un punto di svolta per la giovane giornalista: attraverso stivali Chanel, cinture Moschino e capi d'abbigliamento firmati Marc Jacobs, la costume designer mira a rappresentare il passaggio da ragazza della porta accanto ad insider del fashion system.

La maestria di Patricia risiede nella gradualità della trasformazione: le silhouette si fanno progressivamente più strutturate, le cromie più sature e gli accessori più particolari; la crescente distanza tra Andy e il fidanzato viene visualizzata attraverso un guardaroba sempre più raffinato che segna l’alienazione della protagonista dal mondo d’origine.


Ai piani alti, invece, Miranda Priestly rappresenta una masterclass di power dressing: tra gonne Gucci, cappotti con colli oversize e abiti di Ralph Lauren, s’impone una personalità forte, determinata, consapevole della propria immagine, caratterizzata da una palette volutamente controllata; Miranda incarna una sovranità monocromatica il cui potere si basa sull’essere in grado di non eccedere: il bianco dei suoi capi non evoca innocenza, ma dominio, affermando così autorità e centralità.


Emily, assistente devota, indossa outfit caratterizzati da colori intensi e contrasti netti: tubini scolpiti, giacche strutturate e accessori vistosi raccontano la sua ossessione per il dettaglio, unico modo per sopravvivere in un ambiente molto competitivo.

Eyeliner grafico e labbra lucide completano un’estetica volutamente teatrale, perseguendo l’obiettivo di restare rilevante all’interno dell’universo Runway. Emily non evolve radicalmente nel corso del film: i suoi look restano coerenti, quasi a sottolineare l’immobilità di chi è intrappolato in una realtà gerarchica, destinata a non renderle davvero giustizia.


Nigel rappresenta chi la moda la conosce, mirando a dominarla con classe e professionalità.

I suoi completi sartoriali esprimono un gusto che privilegia l’equilibrio rispetto all’eccesso, sono i piccoli dettagli come un occhiale dalla montatura decisa o una cravatta studiata a suggerire il livello delle sue competenze.

Il direttore creativo di Runway non ha bisogno di urlare il proprio ruolo: la sua sobria eleganza lo rende credibile agli occhi di Miranda, ricoprendo così la funzione narrativa di mentore; il character di Stanley Tucci rappresenta la resilienza di chi, pur ferito dall’industria, ne conosce le regole e le piega a proprio vantaggio. I costumi costruiscono così un contrasto efficace tra l’irrequietezza di Emily e la compostezza di Nigel, entrambi punti di riferimento importanti per Andy e la sua trasformazione.


Un case study di storytelling visivo

I costumi svolgono un interessante funzione di colonna sonora visiva: ogni nuovo look di Andy aggiorna il pubblico sul suo percorso all'interno del fashion system e sul suo grado di immersione nell’ambiente di Runway; un cappotto Balenciaga o una borsa Fendi diventano segni immediatamente leggibili, in grado di decodificare l’evoluzione narrativa.

A quasi vent’anni dalla sua uscita, Il diavolo veste Prada si conferma una vera e propria masterclass di cinema visivo che permette di continuare ad interrogarsi su un nodo importante relativo all'industria della moda: perdere la propria identità o individuarla? La verità è che la moda rappresenta la perfetta coesione di desiderio e dominio, estetica e potere: sarai in grado di dominarla, costruendo un’immagine che sia coerente con i tuoi valori o ti lascerai definire da essa?


Sonia Spera

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